L’ccisione di Benuccio Salimbeni a Torrenieri

Torrenieri tra passato e futuro
fatti e considerazioni sulla vita di Torrenieri

a cura di Alberto Cappelli

L’uccisione di Benuccio Salimbeni e di suo fratello Alessandro

 

Il 22 Ottobre 1330, in un agguato a Torrenieri furono uccisi Benuccio Salimbeni e suo fratello Alessandro

            Fra il 1200 e il 1300, due grandi e ricche famiglie senesi si contendevano il potere della Città: i Salimbeni, dediti ai commerci in particolare delle sete e i Tolomei, commercianti anch’essi ma, sopratutto, ricchi banchieri.

            I primi avevano esteso i loro possedimenti nel sud dello Stato e tenevano la loro roccaforte  in Val d’Orcia; i secondi possedevano grandi proprietà immobiliari nel capoluogo, ma in seguito, si espansero anche nel contado prossimo alla città, ed anche a sud, seguendo la Francigena fino a Torrenieri e da qui, deviando a oriente,  estesero i loro possedimeni verso le crete, in particolare a Lucignano d’Asso e Cosona1.

            A Torrenieri i Tolomei possedevano terre, case e un molino; nel 1295 Gioioso di M. Stricca dé Tolomei fu nominato dal Consiglio Generale di Siena, Reggente della Signoria di Torrenieri (vedi paragrafo 13 del Libro dei Consigli del 1295): era questo un ufficio temporaneo elettivo in cui chi ne veniva investivo, esercitava la più ampia giurisdizione e per questo il Comune di Siena si preoccupava che gli eletti a tale ufficio fossero persone sicuramente devote a Siena.

            Viceversa i Salimbeni a Torrenieri possedevano solo poche terre prative.

 

            All’epoca Siena era una città importante, ma non grande, nella quale la popolazione, composta in prevalenza da feudatari e cittadini, mercanti e artisti, era comunque alquanto benestante: le cronache riferiscono che nel mese di gennaio della fine degli anni trenta del ‘300, vi si celebrarono ben 80 matrimoni fra casate nobili.

            Ovvio che in una situazione economica di tal fatta, gli affari, sia dei banchieri che dei commercianti, fiorivano.

            Risulta che nel 1338 i Salimbeni acquistarono da un grande mercante di Siria, giunto a Porto Ercole, tessuti in seta trapunta d’oro per  50 mila fiorini, sciamiti2 per altri 25 mila, oltre a 15 mila borse da sposa di diverse dimensioni, 15 mila frontelle e cordoni di seta da cucire e altra merce ancora, tutta venduta in un anno – all’ingrosso e al minuto – dai sensali dei Salimbeni.

            Fra le due famiglie, come a quell’epoca accadeva spesso, non correva buon sangue e la causa principale della rivalità era il dominio sul governo della città. Per questo, in particolare nella prima metà del ‘300, le lotte fra i due casati si intensificarono.

            Il 26 ottobre 1318, per dar vita a Siena ad un regime che doveva avere come podestà Sozzo di Deo Tolomei, questa famiglia, insieme ai Forteguerri (come riferisce il cronista senese dell’epoca, Andrea Dei), promosse una sommossa delle corporazioni dei Notai e dei Carnaioli, che, però, non ebbe il successo sperato.

            Così Sozzo e il suo congiunto Deo di Guccio Guelfo,  fuggirono dalla città e Sozzo si mise a saccheggiare il contado con una compagnia di uomini armati, che comprendevano anche mercenari ed esiliati fiorentini e aretini

            Nell’agosto del 1320, Sozzo Tolomei  tentò invano di conquistare i castelli di Mensano e di Asciano. Riuscì, invece a prendere quelli di Sinalunga, Torrita, Rigomagno e Farnetella, da dove partì per il Castello di Torrenieri, che conquisto, vi fece prigionieri e bruciò delle case, proseguendo per la Val d’Orcia (roccaforte dei Salimbeni) dove arse Bagno Vignoni e molte altre abitazioni (da: Andrea Dei).

            Pochi anni dopo il capo della famiglia Salimbeni, Benuccio, intervenne alla pace che per indicazione della repubblica di Siena venne solennemente celebrata fra gli stessi Salimbeni, i Malavolti ed i Tolomei, ma si risvegliarono ben presto in città gli antichi odi per cui a Siena fu di nuovo guerra civile.

            Fu così che il 22 ottobre 1330, in un agguato nei pressi di Torrenieri, trovarono la morte i fratelli Benuccio e Alessandro Salimbeni. Ad ucciderli furono Pietro di Mino Mellone, Tavarnozzo di Meo di Cristoforo e un figlio di messer Francesco Tolomei che con 16 uomini a cavallo ed alcuni fanti a piedi tesero l’agguato ai Salimbeni che erano accompagnati da più di 40 cavalieri (da Andrea Dei).

            L’attacco fu improvviso e l’eccidio talmente atroce che appena conosciuto a Siena suscitò un forte tumulto a stento sedato.

            Quest’omicidio, e in particolare quello di messer Benuccio che “era dé più nomati cavalieri di Toscana, fu tenuto gran tradimento, e per questo a Tolomei fu grande vendetta, la maggiore che mai si facesse a Siena”. Il Podestà della città bandì gli assassini e distrusse le loro case.

            Secondo un altro cronista senese dell’epoca, Andrea Benvoglianti, pur mantenendo le cirdostanze di luogo dell’eccidio, sposta il tragico episodio un po’ più tardi.

            Ma, come era logico aspettarsi, i Salimbeni meditarono da subito la vendetta. Fallito un tentativo di scatenare una sommossa urbana contro la casata nemica – mentre i Nove allora al governo cittadino, mettevano a guardia delle torri della città due o tre fanti per dividere i Salimbeni dai Tolomei – alcuni uomini dei Salimbeni si portarono a Lucignano d’Asso  e qui “per tradimento del prete della pieve, la quale era di messer Francesco Tolomei, si nascosero in una cantina da dove assalirono ed uccisero e fecero a pezzi il detto Francesco e ferito Carluccio, suo figliolo, i quali erano usciti a spasso”.

            Poi gli assassini, dopo aver fatto “tagliare la testa dal corpo di Francesco e fatto al corpo molti altri strazi”, se ne tornarono  a Tentennano nella loro rocca (dalla Cronaca di Angelo di Tura).

 

            Ma chi era veramente Bernuccio Salimbeni? La storia ci dice che fu un cavaliere potente, noto in tutta la Toscana, che spese tutta la vita a combattere i suoi nemici, individuabili nei fiorentini conti di Vernio – che pure erano suoi cognati – e nei Tolomei di Siena, fino a quando alcuni di questi, come detto, lo uccisero.

            Ma fu anche un poeta (o rimatore) ricordato fra i minori del suo tempo; appartenne agli gnomici3, poeti che proseguirono le tradizioni e lo stile che precedette la scuola toscana del 1282.

            Di questi poeti senesi, Scipione Bargagli4 scrisse che “non usarono gli scelti ornamenti poetici nelle rime loro, ma si furon tali che la toscana lingua bene intesono e parlaronla bene, né loro mancò stile per disegnare, se forse non hebbano vaghezza per dipingere”.

            Il letterato marchigiano Giovan Mario Crescimbeni, vissuto fra il 1600 e il 1700, che produsse anche uno studio sulla poesia italiana, riconobbe a Benuccio Salimbeni “uno stile facile e piano e buoni sentimenti e nella lingua non poco fu colto” (Da Giosuè Carducci, “Lirici minori del ‘300” – Istituto Editoriale Italiano – Milano).

            Strana fine per un poeta, morire per mano assassina, ma normale per un cavaliere potente che ha sempre combattuto i propri nemici!

            Per comprendere bene questa contrastata personalità, sicuramente ci sarebbe voluto l’aiuto di uno psicologo!

 

Alberto Cappelli


Note:

  1. Cosona, Castello in Val d’Orcia: nella seconda metà del ‘200 fu di proprietà dei Tolomei,  nel1385, Siena ne ordinò l’occupazione, e nel 1393 la distruzione. Nel 1465 fu venduta dai Tolomei a Ferdinando I° D’Aragona, re di Napoli, che nello stesso anno la rivendette al Cardinale Niccolò Forteguerri di Siena.
  2. Sciamito, pesante tessuto di seta a sei fili, prodotto in vari colori, ma generalmente rosso amaranto, usato per abiti particolari, ricchi e solenni.
  3. Gnomica è detta la poesia di intonazione morale, ricca di sentenze, precetti ed esempi di vita pratica.
  4. Scipione Bargagli fu un letterato senese vissuto fra il 1500 e il 1600.

 

Bibliografia

  1. Andrea Dei e Angelo del Tura – Cronache senesi del 1300
  2. Roberta Mucciarelli – I Tolomei banchieri di Siena: la parabola di un casato nel Xiii° e XIV° sec.
  3. Gabriella Piccini, Roberta Mucciarelli, Giuliano Pinto – La costruzione del dominio cittadino nelle campagne
  4. P. Cammarosano – Le campagne senesi alla fine del XII° secolo
  5. G. Carducci – Discorso sui lirici del 1300

 

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