Il ponte fra il tempo e lo spazio

In un incontro organizzato dalla Pro Loco e dall’associazione Scarpe Diem in occasione della camminata del solstizio di San Giovanni, Raffaele Giannetti presentò alcune considerazioni riguardo a Torrenieri visto come “paese-ponte”.
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Tali riflessioni sono state ospitate dalla rivista “Art App” così come ve le proponiamo per gentile concessione dell’autore.

Non è difficile credere che quanto sto per raccontarvi intorno al ponte nasca dalla mia stessa storia, dalla mia esperienza, anche se questa, ora, sembra sopraffatta e nascosta dalle successive costruzioni culturali. Il ponte, in particolare quello sul torrente Asso, a Torrenieri, in provincia di Siena, è un luogo della mia infanzia, della mia memoria e anche della mia psiche. Dal ponte mi sporgevo a guardare, come dice Montale quando scrive dei fiumi e dell’Arno “la loro nullità inesorabile”.

San Giovanni Battista di Annibale Carracci

Percepivo, senza averne chiara coscienza, la vacuità di questo perenne fluire dell’acqua, sorta di “immobile corrente”, anche il pericolo dell’altezza e la trasgressione insita nell’attraversamento dell’acqua, e ne subivo il fascino. Per di più, come in molti altri luoghi, e non per caso, il ponte conduceva al camposanto, così che questo passaggio per l’aldilà o l’altrove doveva essere, già a quell’epoca, bene iscritto nell’impressionabile natura di un giovane. Il ponte è contiguo alla magia e al rito, e costruirne uno è dimostrazione di potenza quasi sovrumana. Giulio Cesare infatti, quando volle impressionare i Germani, ne costruì uno in soli tre giorni: molto di più che una battaglia vinta. Ma il ponte è un luogo dello spazio e, per così dire, del tempo, oltre che un rito di passaggio della nostra esistenza.

Se guardiamo il Paesaggio con San Giovanni Battista (1594-1595) di Annibale Carracci, vediamo, almeno inizialmente, una scena che non sembra comunicarci molto di più di quanto dica il titolo stesso. Il dipinto, infatti, rappresenta San Giovanni che attraversa il fiume, quale che sia, grazie a un tronco che fa da ponte. Tuttavia, lo sguardo del santo rivolto al cielo e atteggiato a ringraziamento, ci induce a sospettare che sotto la superfide di questo paesaggio si celi molto altro.

La vicenda narrata è evidentemente quella di un attraversamento fluviale propiziato dalla volontà divina, ed è vicenda apparentemente solo spaziale. Ma l’immagine è carica di tempo, perché San Giovanni Battista, venerato il 24 di giugno, ossia nel giorno della celebrazione culturale del solstizio estivo, ha preso il posto di Fors Fortuna nell’antico calendario romano. Ecco, dunque, che quello che ci era parso un particolare originale, l’intervento provvidenziale, ci appare una coerente ripresa dell’antico culto romano, ovvero della ricorrenza calendariale di una fortuna instabile tutta da esorcizzare. Con il 24 giugno e con Fors Fortuna muore il primo semestre dell’anno, negativo, e nasce il secondo, non più sottoposto all’arbitrio del caso. Il mese a venire, dedicato a Giulio Cesare, luglio, sarà il mese della “felicità”. Manifesto, quindi, anche il valore temporale, che la nostra lingua testimonia ancora con l’espressione “fare il ponte”, di quanto stiamo osservando.

Che cosa facevano i romani antichi il 24 di giugno, nel giorno che portava a morire Fors Fortuna? Attraversavano il Tevere, festeggiando, come racconta Ovidio nei Fasti, in una sorta di carnevale propiziatorio. La festa si svolgeva in un aldilà trasteverino che accoglieva donne, emarginati, stranieri, schiavi, artisti. Questo può spiegare quanto a Roma sia forte il culto popolare nei confronti di San Giovanni e quanto importante e radicata sia la sua ricorrenza. Guardando un’incisione di Giuseppe Zocchi, che rappresenta il mese di giugno, il mese estivo è ben riconoscibile come appuntamento solstiziale: un ponte sul lume, una falce fienaia, un suonatore di ciaramella, giovani che danzano e che si riposano, un bifolco lontano che segue il carro dei buoi.

La cesura fra i due semestri, a metà dell’anno, che adombra una analoga cesura nel tempo della nostra vita o nel tempo universale, è confermata dal nome stesso dei mesi che solo nel secondo semestre vengono “numerati”. Da una parte, infatti, abbiamo gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno; dall’altra quintile, sestile, settembre, ottobre, novembre, dicembre. Luglio e agosto sono stati chiamati con il nome che avevano prima di essere dedicati a Giulio Cesare e ad Augusto. Tale nominazione non lascia dubbi, ma si rimanda ad un’altra occasione la spiegazione del motivo per cui tali nomi sembrano non coincidere con la reale posizione dei mesi nella serie, laddove ci aspetteremmo che dicembre fosse il decimo mese e non il dodicesimo.

Vale la pena spiegare il senso di un termine altrimenti oscuro: pontefice, che significa “colui che costruisce il ponte”. E’ vero che il nome pare poco adatto alla sacralità di chi lo indossa, ma solo a una prima lettura. San Giovanni, infatti, è propriamente un pontefice, se è capace di traghettarci al di là del fiume, vero o immaginario. Il tempo, da reuma in poi, è gestito solo dai pontefici massimi, come Numa, Giulio Cesare o Gregorio XIII. 

Nessuna meraviglia, dunque, che il pontefice debba rappresentare chi sa sconfiggere l’instabilità della sorte e, nel passaggio essenziale dell’anno, il 24 di giugno, riesca a farci raggiungere, sani e salvi, la riva opposta. San Giovanni ci purifica consentendoci l’attraversamento. Il giorno solstiziale è essenzialmente la ritualizzazione di una festa del tempo, laddove il fiume e il ponte devono essere intesi come metafore della vita e della storia. San Giovanni, insomma, indica propriamente un rito di passaggio.
Anche la sua funzione toponomastica è chiara: Giovanni permette l’attraversamento del fiume al pellegrino, gettando un ponte salvifico sulle acque. Che si voglia essere traghettati in Sicilia, si pensi a Villa San Giovanni, o che si voglia sperare nel domani e varcare il nostro lume esistenziale, lo si incontra sempre.

Il Battista, essendo patrono di Bagno Vignoni, tanto per fare un esempio, sarà colui che farà da ponte sull’orda per salire alla rocca di Tentennano, proprio lì ove si trova l’antico oratorio di San Giovanni. Il pellegrino che raggiungeva Campagnatico lasciandosi alle spalle l’Ombrone giungeva alla chiesa di S. Giovanni Battista… e via di seguito.

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