Racconto… quindi esisto

Oggi voglio raccontarvi dei miei supereroi.
Annamaria, Laura, Luciana, Marcella, Sonia e Giordano.
Ieri hanno conquistato il mondo.
Per 40 minuti, ne erano i padroni.
Voglio raccontarvi del coraggio che ci vuole per buttarsi in una cosa totalmente nuova, avere solo 10 giorni per impararla, andare in crisi, superarla, vincere le paure e le timidezze ed essere pieni di gioia, dimenticarsi del proprio ego per mettersi a disposizione di una storia, di un ricordo, di un brivido.
Riuscire a fare al meglio, sopra ogni aspettativa, una cosa che era ignota fino pochi giorni prima. Brillare.
Gestire l’emozione, avere in pugno il pubblico che è accorso numeroso, brillare brillare brillare.
Far commuovere e far ridere, trasportare altrove, regalare qualcosa di se .
I N C A N T A R E .

La stima che ho per questi miei supereroi me la porto stretta dentro le mani che hanno costruito insieme a loro le nostre storie.
Che ora sono indelebili dentro di me.

Che il più grande tributo che puoi fare a qualcosa che ami è raccontarci una storia. E se racconti, dura per sempre.

Grazie, miei carissimi.
È stato bellissimo brillare con voi .
40 minuti di amore assoluto per la vita, le possibilità, il tempo che passa, quello che resta, noi che ce la facciamo.
Ce la facciamo.
Ce la facciamo.

La nostra veglia ieri è stato un attimo di eternità

La dimostrazione “Racconto quindi Esisto” degli allievi di Silvia Frasson, messa in scena nella corte del castello di Torrenieri, ha rievocato i bei momenti quando la gente si riuniva in un luogo a veglia. È stato raccontato di viaggi in treno, di arrivi in stazione… quella di Torrenieri, di avventure in lambretta, di oche dispettose, di nonne golose, di nonne severe, di un nonno vestito a festa. Di una donna che vive sola e passa di città in città portandosi dentro il suo silenzio. Di un ragazzo che nella luce della luna piena trova la sua serenità. Di ragazzi di paese che Condividono le loro estati con i ragazzi di città e nonostante le differenze di vita, si scoprono tutti uguali, si aspettano per un anno intero, perché l’amicizia è importante.

Racconto quindi esisto è un progetto teatrale che ha l’obiettivo di raccontare storie. La forma di questo teatro è quello della narrazione, o teatro del racconto:

E’ un teatro che mette al centro di tutto l’attore. Un attore racconta una storia,

è narratore e, alternativamente, diventa tutti i personaggi della storia che racconta.
Per fare questo l’attore ha a disposizione “SOLO” i suoi strumenti essenziali: il corpo, la voce, l’immaginazione

E’ un teatro semplice e diretto che proprio nella sua semplicità fonda la sua sfida: coinvolgere ed arrivare a più gente possibile.


Di seguito riportiamo uno stralcio dell’articolo di Tommaso Chimenti pubblicato su RECENSITO – quotidiano di cultura e spettacolo. Per l’articolo completo vedi https://www.recensito.net/teatro/fermenti-in-festa-montalcino-resoconto.html

Silvia-Frasson-Actress_238.jpg

Vibrante e commovente “Stiamo rinconcolti“, spettacolo nato dal laboratorio di Silvia Frasson, sua la drammaturgia sugli appunti autobiografici dei sei non-attori coinvolti, bravissimi e intensi, tra i mattoni di un cortile di podere che sapeva di polvere, di aia, di sterrato, di nuvole e piccioni sopra i fili della luce a prendersi il vento della sera. Rinconcolti, nel dialetto di queste parti, significa vicini, raccolti, ma contiene in sé quel ruspante, quel ruvido, quei polpastrelli e quegli abbracci a cercare calore, una vicinanza che non è soltanto fisica ma anche interiore, come un andare, pur rimanendo fermi, nella medesima direzione.

In sei (un solo uomo) guardando di fronte a loro verso un panorama lontano perso nelle loro autobiografie, in un passato ingiallito ma che, appena nominato, ritorna prepotente a bagnare le palpebre, a far luccicare le retine, ad asciugarsi il naso con la manica, come si faceva da piccoli. Sei storie, che poi sono le storie di un’Italia contadina, sincera, vera, anche povera, materialmente, ma ricca di umanità, di scambi, di quella vicinanza che la città d’asfalto e ferro, di cemento e lamiere e clacson, ci ha sottratto. Sei narratori a tessere la storia universale dell’uomo, persone e non numeri, donne e uomini che si chiamavano con i soprannomi, e il giorno cominciava e finiva con il Sole, pochi grilli per la testa (i grilli stavano soltanto nel campo), pochi fronzoli, una vita certamente più spiccia ma più tattile, terrena, zolle e non voli pindarici di influencer. Sei sedie a guardare contemporaneamente davanti a loro ma dentro e dietro di sé. Sono a veglia. Stanno. Molti silenzi, qualche parola sul giorno appena trascorso, sul lavoro sempre duro, sul domani che non riserverà sorprese, se non negative. E poi buio e lucciole (e subito si va a Pasolini) e ancora un silenzio pieno, spesso, corposo ma senza imbarazzi, non da riempire per forza.

In sei (un solo uomo) guardando di fronte a loro verso un panorama lontano perso nelle loro autobiografie, in un passato ingiallito ma che, appena nominato, ritorna prepotente a bagnare le palpebre, a far luccicare le retine, ad asciugarsi il naso con la manica, come si faceva da piccoli. Sei storie, che poi sono le storie di un’Italia contadina, sincera, vera, anche povera, materialmente, ma ricca di umanità, di scambi, di quella vicinanza che la città d’asfalto e ferro, di cemento e lamiere e clacson, ci ha sottratto. Sei narratori a tessere la storia universale dell’uomo, persone e non numeri, donne e uomini che si chiamavano con i soprannomi, e il giorno cominciava e finiva con il Sole, pochi grilli per la testa (i grilli stavano soltanto nel campo), pochi fronzoli, una vita certamente più spiccia ma più tattile, terrena, zolle e non voli pindarici di influencer.

Sei sedie a guardare contemporaneamente davanti a loro ma dentro e dietro di sé. Sono a veglia. Stanno. Molti silenzi, qualche parola sul giorno appena trascorso, sul lavoro sempre duro, sul domani che non riserverà sorprese, se non negative. E poi buio e lucciole (e subito si va a Pasolini) e ancora un silenzio pieno, spesso, corposo ma senza imbarazzi, non da riempire per forza.


…sicuramente con il camminare fisico tutto questo c’entra poco, è più un cammino fatto di ricordi e di emozioni. Per me e per i compagni di viaggio è stata un’esperienza bellissima e al di sopra di tutte le aspettative. Come rappresentante di ScarpeDiem sono orgogliosa che l’associazione sia stata scelta a far parte di questo Festival. Grazie a Manfredi Rutelli per averci voluto vicino in questo nuovo cammino. Grazie a Silvia Frasson per averci insegnato tanto e accompagnato in un viaggio emozionante.

👟👟diem a tutti.

Marcella.

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